Lettere dalla Danimarca

Mia figlia Jamila, quasi al termine della sua esperienza annuale di Intercultura in Danimarca scrive a "Zia Lulù"

Cara Zia,
ricordi quando mi insegnasti che quando si apre il guscio di un uovo, e lo si svuota, bisogna pulirlo con le dita?
Che bisogna far sì che tutto venga fuori, perché, ai tuoi tempi, la nonna Teresa ti diede una sberla che non hai mai dimenticato, perché il cibo è prezioso e nulla dev’essere sprecato.
Quante volte durante questo anno ho pensato che le mie lacrime di nostalgia e il cuore che, giorno dopo giorno, si faceva pieno di piccole delusioni fossero momenti che non avrei dovuto vivere, frangenti del mio animo che non avrei dovuto sperimentare, uova che non avrei dovuto rompere.
Quando mi son sentita triste, ho pensato a chi mi ha voluto bene senza che glie lo avessi chiesto, a chi mi pensa quando non io non me ne accorgo, a chi, ogni anno, mi dona tutto il suo amore senza necessariamente avere il mio in cambio.
Quando mi son sentita sola, ho pensato a tutte le volte che mi hai abbracciato, cercando di farlo il più forte possibile per entrarmi dentro, per dirmi che Zia Lulù c’è sempre stata e sempre ci sarà: anche quando sta male, anche quando è stanca o mortificata, quando è l’ultima a sedersi a tavola e ad andare a dormire, perché, prima di farlo, deve assicurarsi che la pasta è buona di sale, che i nipoti stanno bene e che le preghiere, quelle che si dicono a bassa voce prima di abbandonarsi nelle braccia inconsce della notte, siano state dette.
Mi hai sempre portato alla memoria quando mi offrii di togliere via la polvere dai mobili della tua camera da letto come se quel gesto fosse rimasto impresso nello spolverino, nel panno, nei movimenti che usai per farlo.
Sei abituata a dare tutta te stessa, a pulire il tuo guscio fino all’ultima goccia di tuorlo, albume, affetto, altruismo senza l’arroganza di voler qualcosa indietro.
Piano, lentamente, perché il tempo non riesce a starti dietro, a seguirti nella frenesia dei tuoi impegni, diventi come la nonna o almeno come l’idea che ho di lei: dedita.
Papà mi ha raccontato che quando la casa si svuotò di tutti i suoi figli eccetto lui, dovette subirsi le preoccupazioni per Nicola, Rosario, Gianluca e Davide ammalati, i suoi occhi persi poiché impegnati a guardare i suoi figli che crescevano assieme ai suoi nipoti e quella sua espressione amara incorniciata dagli occhiali e il sorriso gentile.
La nonna, secondo me, era come una pianta e il suo scopo era quello di crescere e far crescere i suoi frutti, ed è quando li ha visti cadere dai suoi rami che le circostanze le hanno di chiesto di non crescere più, di fermarsi a guardare.
E, probabilmente, lei era proprio come te, scappante dagli orologi, dante le sue mille cure ai mille malati di dispiacere.

Zia, fa sì che questa mia lettera sia un’altra sberla, data però da me, tua nipote, perché devi imparare a pretendere di più, a chiedere riposo e risate quando ne hai bisogno, ad amare ricevendo più amore di quanto ne dai.
Ti voglio bene, fino all’ultimo goccia.
Jamila.