Molise - Alla conquista del tempo

Mossi i primi passi verso la conquista del tempo. Si tratta di un’impresa particolarmente complessa, perché non ne ho definiti ancora i dettagli, né i percorsi, né gli obiettivi. Non so da dove iniziare né dove approderò. Ma la mia ricerca è iniziata da un punto qualunque, senza che nemmeno lo sapessi. E’ iniziato dal Molise, dalla piccola chiesa di Santa Maria la Strada, da un vento leggero e frizzante che risvegliava la mia pelle dal torpore estivo. Un anticipo d’autunno o un rigurgito di primavera. Non fa molta differenza, il senso di sorpresa mi è sembrato lo stesso. La mia famigliola è tutta lì, due persone ed una tata, a volte chiassosamente insopportabili, a volte assorti in chissà quali pensieri. Ciascuno per conto suo, ciascuno per conto degli altri, forzato a stare insieme da un vincolo di sangue eppure profondamente straniero. Ho detto straniero, non estraneo. Come se ciascuno di noi avesse un suo incondiviso, incondivisibile mondo, passato, presente, futuro. Ognuno di noi è nell’altro come uno straniero, di passaggio, curioso di vedere dove porta quella strada, come evolverà quella storia, da quali trascorsi viene, stando però ai margini di quella vita, sul marciapiede di quella strada. Si scrutono i segni, come per ogni passaggio di civiltà, la nuova ruga sul volto, il dentino che sta uscendo, il centimetro d’altezza faticosamente raggiunto. I greci, i sanniti, i romani, le chiese rupestri, le incisioni nella pietra, le tracce di una storia nobile e contadina, i percorsi della transumanza, interminabili e tortuosi tratturi, corsi e ricorsi di storie d’amore e di morte, di piccoli e grandi dolori, di una memoria storica che prepotentemente torna a farsi verbale. Racconto per lasciare a lei, Jamila, il senso di un’eredità possibile.
Ma che c’entro io con il Molise? Mi verrebbe da rispondere d’acchito: nulla. In realtà, con questa terra ho più familiarità di quanta io stessa possa immaginare. Come se fosse nel mio dna, come se ne sentissi il magnetismo. Leggero, come quando ti avvicini allo schermo di un televisore, eppure prepotente. Soltanto non so cosa sia.
E da qui, da questa terra rarefatta, oggi aspra ed arida, dai venti secchi, dalle guglie aspre e petrose, ma dai profili rotondi e morbidi che voglio ripartire. Ripartire, non ricominciare. Come se avessi preso una lunga pausa ed ora mi rimetto in marcia. Non si ricomincia mai nulla per davvero. A meno di rinascere, ma questo è dato a pochi, ed in occasioni così drammatiche che preferisco farne a meno.
Il Molise è curvilineo come le scie delle lumache sui muretti a secco, persistenti, lucide, eterne. Stanno lì dall’inizio dei tempi e dall’inizio dei tempi le persone si riconoscono per il nome che portano. Qui tutti hanno un nome, come d’altronde ogni cosa. Non dovrei sorprendermene, eppure me ne sorprendo. Domenico, curvo come la sua terra curva, con gli occhi acquosi che non si sono mai asciugati da quando sacrificò un figlio all’industria. Quando faticosamente alza lo sguardo per guardare lontano non si capisce bene per vedere cosa, un’immagine gli si ricostruisce nell’aria, l’accarezza con lo sguardo e sorride perso. Rina, non è diminutivo di un altro nome. La donna di Domenico lo accompagna da cinquantanni. Ti abbraccia come se ti conoscesse da sempre e ti invita a prendere il caffè mentre parla dei suoi figli, di come siano venuti su bene. Non si dà pace per quel figlio volato in cielo, ma sembra più dispiaciuta per il fatto che il suo ragazzo non avesse potuto realizzare i suoi sogni. Voleva fare l’attore, era intraprendente e bello. Non ha visto nemmeno la sua figliola nascere. Guardo la mia. Il suo sguardo intenso, indagatore, curioso. Jamila ha uno sguardo fiero.
Loreto e Marilena sono una sintesi. Lui va in bici a Santa Maria la Strada. Si fermerà certamente più di qualche minuto a riposare e rimirare la bella e romantica architettura dagli evidenti lineamenti greci. Gusta con lo sguardo il suo profilo dolce come quello di una bella donna e si compiace sempre, ogni giorno, di essersi sposato proprio lì. Marilena prepara le marmellate e con cura ci scrive sopra: Lampomore, Oratino, 2008. A me non sarebbe mai venuto in mente di etichettare una marmellata come l’incipit di una lettera d’amore. Ogni cosa fatta con cura. Dove ho perso questo senso della bellezza, mi chiedo? Ma forse, lo avrò mai acquisito?
Marilena ha un quaderno di ricette autografe. Le fa scrivere ai suoi ospiti ogni volta che le è piaciuta una loro ricetta. Mentre annoto svogliatamente la ricetta delle polpette di melanzane, avrei voluto sfogliare, curiosare fra le altre ricette ma mi è sembrato indelicato come spiare una storia d’amore che non mi appartiene. Michele era il papà di Loreto. Aveva uno spiccato, rupestre, senso artistico. Lo esprimeva con i materiali della terra, legno, pietra, ferro e ad ogni cosa attribuiva il colore di un suo personalissimo sogno. Come un bambino si divertiva ad assemblare le cose più diverse per ricavarne una similitudine, una somiglianza, un pensiero. Evocare. Disseminando il bosco della sua opera.
Jamila mi domanda cosa sembra. Indossa un pantacollant nero con una buffa giacchina bianco panna, lucida e dritta. Sembra un pinguino, ma forse le piace di più se le dico che sembra il grillo di pinocchio, la cattiva coscienza, tutto imbacuccato per l’occasione dalla fata turchina. Con una luce delusa nello sguardo, mi risponde che è un gattino, ma anche un topolino e pretende di farsi disegnare i baffi sotto al naso, per sembrare più vero.
Sto al gioco chiedendomi del perché di quel bisogno insistente di sembrare qualche altra cosa. Lo comprendo solo più tardi, quando deciderà di portare per il paese il suo nasino baffuto. In un paese di vecchi, voleva affermare il suo essere una bambina. Il suo manifesto: help, bambina cerca bambini per giocare.
Ripartire da qui, significa individuare un punto di inizio. Cercare casa è un modo per intrufolarsi di più fra la gente del Molise, farsi contaminare, ascoltare la sua storia.
A Sepino sotto un sole tagliente, mi faccio rapire dall’incredibile connubio di civiltà: la civiltà contadina si è innestata su quella romana umanizzandola, addolcendola. Le possenti colonne del tempio si stagliano davanti a casette di pietra, l’aria odora di vacca e di fieno, mentre in lontananza si muovono greggi e mandrie di animali assediati da mosche. Jamila raccoglie mele selvatiche per attirare l’attenzione di qualche vitello. Ma le vacche restano indifferenti mentre cercano, fra le zolle riarse dal sole qualche filo, di fieno o di erba. Una donna si avvicina con un grande fascio di fieno sulla schiena. Il suo viso è bello e sembra più giovane di quello che forse è. Il suo corpo alto ed asciutto mi colpisce, non sembra una contadina. Le domando se possiamo dare le mele al vitellino ma mi risponde di no. E’ troppo piccolo, e le mele lo potrebbero soffocare. Mi vergogno di averlo pensato. Anche a mia figlia, da bambina facevo piccoli bocconi di cibo. «La donna deve aver avvertito il mio disagio, la mia inferiorità, così mi mortifica una volta ancora. Vede come ci hanno ridotto la sovrintendenza e l’università! Hanno tagliato gli alberi così che le pietre antiche si potessero meglio asciugare al sole, ci hanno comprato le terre per pochi spiccioli, espropriati delle nostre case e ricacciati qui, ai confini, senza un’ombra di fresco, senza più terra, senza le nostre stalle. Ne capiamo di più noi, noi contadini che loro, che non capiscono qual è il valore di un albero».
Ho sentito che aveva ragione. Profondamente ragione. Mentre tornavo sui miei passi, ammutolita ed in conflitto, guardavo ancora gli scavi archeologici. Splendidi con le architetture rupestri tutte intorno, senza un albero, senza un animale, senza il canto di un gallo. Ho sentito come ineluttabile il mio status di turista e ne ho provato vergogna. La rabbia e la fatica di quella donna ancora così bella, che nemmeno immaginava quanto lo fosse, che curava il suo vitellino come un bambino appena nato strideva con la bellezza del paesaggio, che ai miei occhi non aveva più nulla di bucolico. Che diritto abbiamo noi, di passare su questa umanità in nome, in memoria, di una umanità precedente? Non sarebbe stato di gran lunga più incomparabile, più struggente, un’area archeologica viva, che potesse esprimere ancora l’innesto di culture? Un tempo passato ed un tempo presente, felicemente ricongiunti.
Far pascolare le vacche in un’area archeologica? Ma che idea è? Va ripetendo l’altra metà di me, cinicamente illuminista. Vuoi mettere sullo stesso piano l’eternità dell’arte, la trascendenza della storia con l’immanenza saporita di una colarda di vitello?
Presa da questi pensieri constato che ho voglia di uscire dall’area archeologica, che non voglio vedere più nulla. Mentre mi allontano, guardo un nugolo di turisti osservare le terme e commentare. Forse mi sto perdendo qualcosa. Non mi importa.
Sento improvvisamente quanto forte picchia il sole. Ho sete. All’ingresso c’è un baretto. L’insegna è sbiadita, si legge male ma si capisce che è scritto in greco. La Taberna aspirava ad essere un punto di ristoro importante, ma sono pochi i turisti che passano di qui, e quelli che vi passano vanno via da un’altra uscita. Così è invecchiata come invecchia una cucina che non si usa. Forse un po’ di turisti giapponesi avrebbero fatto felici il gestore e la sua vecchia mamma. Lì per fagli compagnia, ma forse anche per farsi fare compagnia dai pochi avventori che scambiano con lei qualche veloce battuta. «Che sole! Eh sì, è da aprile che non piove. Se piovesse un po’ sarebbe meglio. Speriamo, l’estate sta finendo ormai. Arrivederci, arrivederci».
Sepino paese è un’altra cosa. Non si capisce perché ma la gente che popola la sua grande piazza fa più rumore di quello che realmente produce. Una decina di persone sedute davanti al bar a chiacchierare, qualche bambino qua e là. Eppure il loro vociare allegro si infila in tutti i vicoli, come se ci fosse la filodiffusione. Sarà per la disposizione circolare delle case intorno alla piazza, sarà forse che la costa di montagna che sormonta la piazza funziona da cassa di risonanza, sarà che c’è una atmosfera di eccitazione, sarà per tutti questi motivi che il paese, delizioso nelle sue casette ristrutturate di fresco, mi sembra un paesi dei balocchi. La mia famigliola sosta all’ombra di una puteca mentre io muovendomi da un vico ad un altro continuo ad ascoltare le parole di mia figlia come se non l’avessi mai lasciata. L’orologio del campanile segna l’una, la gente inizia a ritirarsi nelle loro case inseguendo il profumo di salsa e di zucchine fritte.
Dicevo, cercare casa, nel Molise. Per avere un punto di inizio nella mia conquista del tempo. Voglio rallentare. Dilatare la mia giornata, aumentarne il valore intrinseco, quello che viene dalle proprietà del tempo, non da come lo spendi. Non voglio dare valore al tempo per la quantità di cose che riesco a fare. Al contrario, azzerare il senso delle cose da fare per riappropriarmi di quello del tempo. Si fanno meno cose, scoprendo il tempo. E ci si scopre più spesso a guardare lontano, l’orizzonte rotondo delle colline a perdita d’occhio. Si scopre di avere sonno più spesso e voglia di abbandonarsi alla dolcezza del pomeriggio mentre una mosca ti ricorda continuamente che, oltre il suo ronzio, c’è il silenzio. Il tempo è quello che si ritrova poi per raccontare, scoprendo una scrittura più asciutta e veloce. Superata la soglia dei quarant’anni si diventa un po’ insofferenti per i fronzoli, anche per quelli della lingua. Si diventa un po’ meno puristi e ricercati e si tornano a chiamare le vacche con il loro nome, scoprendo quanto sia liberatorio.
Anche Jamila si è data il tempo per costruire un erbario, mentre scopre un libro con tutti i nomi delle foglie e degli alberi. Fra i disegni ci mette anche un polipo, i cui tentacoli chiama «scrupoli». Nella sua testolina i tentacoli forse richiamano le tentazioni, e queste qualche scrupolo di troppo. Così fra foglie di Gingo, Acero rosso, Pino argentato, i polipi con gli «scrupoli» animano la nostra fantasia e ci divertono. Un Salice piangente regge invece il tendone del cielo.
Nella casa di Oratino, un orologio segna il tempo con i versi degli uccelli. Il verso segna l’ora fino alle 15.00. Poi più nulla, il tempo scorre silenziosamente. L’orologio non vuole più disturbare il lungo, lento scorrere del pomeriggio.
E’ strano tutto ciò. Mi accorgo solo ora di aver perseguito la cancellazione di ogni segnale del tempo: apprendo l’ora dal computer o dal timer del forno, non ho calendari, non riesco ad avere un’agenda, sono refrattaria alle ricorrenze, non festeggio anniversari e nemmeno li ricordo, non ho memoria per compleanni e festività, non sottolineo quei piccoli grandi eventi che, in genere, scandiscono una vita. Niente foto ricordo, nessun momento che appaia degno di essere fermato, cristallizzato. Festeggio il compleanno di Jamila come un rito di espiazione. Lavoro per giorni, preparo ogni genere di bontà, e porto sull’altare tutti i miei doni. L’intera famiglia partecipa a questo rito. Sa, più o meno inconsapevolmente, che non si tratta di un compleanno, ma di qualcosa di tribale, sanguigno. Di un rito appunto. L’unica vera grande ricorrenza che ha segnato il percorso del mio tempo, una tacchetta sul calendario. Poi nulla. Più nessuno.
Per questo ho deciso di ripartire, senza azzerare l’orologio ma incominciando a segnare il tempo. In fondo, questo è il paese delle campane. E’ il paese che ha portato i rintocchi del tempo in ogni altro paese d’Italia, per valli e monti: tocchi gravi per le ore, tocchi brevi per le quindicine. Quante volte mi sono sorpresa dell’esattezza di questo orologio contadino. Quando alle 5 di sera, contando i rintocchi, sapevo che mio padre faceva ritorno e ne spiavo l’arrivo con un po’ di orgoglio ed un po’ di paura. Quell’omaccione alto e forte era il papà più temuto del paese. Eppure il più innocuo. Lui passava il tempo con vacche che mai ho veduto e poi su ànneti che mai ho veduto, lavorava con la calce negli occhi. Straniero io, straniero lui. Ancora oggi, alla soglia dei suoi ottanta anni mi accorgo di sapere poco o nulla del suo tempo. Lo osservo sulla foto, mentre dà un bacio sulla guancia di mia madre. Festeggiano il cinquantesimo anniversario di nozze. Mi prende una vertigine, all’idea del tempo che non ho scandito. Possibile che l’esistenza debba ridursi ad essere un lungo unico rammarico?
Nel tempo rarefatto del Molise, mentre lavoro e mi collego al resto del mondo via skype, mentre frequento siti di vendita-case osservando foto di pietre acconciate a mò di case, trovo il tempo per sentire. L’aria innanzitutto. L’acqua. I sapori, i colori. L’aria rarefatta e fresca esalta un po’ tutto. I gerani sono di un colore che avevo dimenticato. L’aria sa di fieno e di vacca, ovunque si vada, anche in città. E’ un odore che ti concilia con il mondo. Ti fa stare bene. Ecco forse, un inizio l’ho trovato. L’odore di vacca. Caldo ed avvolgente, lo stesso odore di quando mi mandavano dal lattaio a riempire la fiaschetta per la colazione. Lo sapevo. Sapevo di aver più punti di contatto con il Molise di quanto io stessa potessi immaginare. C’è una memoria degli odori che è più antica di ogni memoria. Il neonato riconosce dall’odore la sua mamma. Nel lettone si addormentano felici perché sentono odore di mamma. Gli odori dell’infanzia ti restano appiccicati dentro, non addosso come quelli di fritto. L’odore della coccoina ti riporta immediatamente nei banchi di scuola, all’ora di disegno. Una memoria degli odori, vorrei lasciarla a mia figlia. E’ anche per questo che vorrei ripartire dal Molise, da una terra con le stagioni, il tempo e gli odori delle cose.

(Rosanna De Rosa)